circolofilosofico

Questo blog è uno strumento di lavoro del Circolo Filosofico di Torino. Fondato nel 2003, si occupa di filosofia e cultura in vari ambiti ed istituzioni.

venerdì, aprile 17, 2009

Mercoledi 22 aprile 2009

Il prossimo incontro sarà mercoledi 22 aprile nel locale Bicyclette di via S. Agostino, ore 21.
Caffè filosofico offerto da Ivan: Il valore della salute tra scienza e cultura: essere sani è un vantaggio?





Ero un eroinomane. Ora sono un metadonomane.
(Woody Allen)

Apri una rivista femminile, un portale internet, un quotidiano qualsiasi:

“Pomiciare brucia 600 kilocalorie all’ora”
“Essere stressati aumenta la probabilità di sviluppare un cancro”
“Fare sesso libera endorfine, che sono le sostanze responsabili della serenità”
“Ridere aumenta la felicità del 40%”
“La felicità fa bene alla salute”

La felicità fa bene alla salute, o la salute fa bene alla felicità?La salute è un valore culturale, prima che scientifico. La scienza rileva il fatto che le persone si sentono più felici se sono in salute (ossia se il loro organismo funziona “secondo natura”). Ma nella nostra cultura la salute sta superando in gerarchia la felicità.

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Bisogna chiarire una cosa: la felicità non è euforia e l’infelicità non è depressione. Felicità e infelicità sono sentimenti legati all’insieme dei fatti che costituiscono la vita di una persona: euforia e depressione sono del tutto slegate dai fatti, si pongono come sentimenti autonomi e del tutto soggettivi, senza alcun legame con fatti oggettivi. La salute oggi si pone come un valore diremmo morale, ossia pertinente all’ambito del dover essere. Traghettata dalla scienza, che ne ha indagato le strutture, l’essere, oggi la salute si pone come uno dei collanti della società pluralistica, al punto che chi attenta alla sua salute è visto come un pervertito (e chi attenta a quella degli altri, ad esempio fumando in pubblico, viene valutato come un criminale).
Il valore della salute è solo uno dei tanti sintomi del fatto che si viva in un’epoca chiaramente conservatrice. Il conservatorismo è quella prospettiva politica e morale che, vedendo che le cose vanno bene, tende a non modificarle, in parte per una sana saggezza pratica che tende a ridurre i rischi evitando le strade sconosciute, in parte per una sorta di ipocondria sociale che vede nelle cure il metodo migliore per evitare i mali. Il progressismo invece esclude che le cure possano sedare del tutto i mali dell’esistenza e quindi tende a risolvere i problemi che lo generano.
La cosa interessante è che sia conservatorismo che progressismo sono visioni che non solo interpretano la vita e cercano soluzioni ai problemi, ma interpretano anche se stesse: in conservatorismo non si limita a conservare il bene, ma a conservare tutto, ed il progressismo non si limita a cercare di risolvere i mali cambiando alla radice le strutture che li creano, ma a cambiare tutto.La salute è un valore conservatore in quanto si basa sul mantenimento delle funzioni dell’organismo. Da sempre l’organo e l’organismo sono simboli utilizzati dalle morali conservatrici, perché rappresentano la prospettiva funzionalista della natura, e quindi in qualche modo giustificano la natura stessa da un punto di vista morale: se la natura ha un fine (sopravvivere) allora è il prodotto di un disegno (divino). Dal punto di vista conservatore il dover essere coincide con l’essere e tutto ciò che l’uomo deve fare è vivere secondo natura.
Ci si mette poco a rilevare che se la natura è sempre giusta allora non dovremmo curarci. Eppure il salutismo, così come il conservatorismo, sostiene che l’uomo deve vivere seguendo i dettami della natura ma non le sue contingenze, interpretandone il “fine”: l’organismo ha uno scopo, restare in vita, e gli esseri umani devono contribuire a realizzarlo il più possibile, anche andando contro un altro fatto di natura come la morte dell’organismo.
La coscienza di Zeno, di Italo Svevo, è un romanzo che abbiamo tutti studiato a scuola, e che alcuni hanno anche letto. Zeno è un ipocondriaco affezionato alla sua malattia come Linus alla coperta. Ritiene che non si sia mai guariti abbastanza. La sua filosofia è evitare sempre il rischio, ed in qualche modo rimanere chiusi nel guscio della malattia. La consapevolezza della malattia sia fisica che psicologica conduce Zeno ad idolatrare la salute, la cui essenza è compresa solo da chi non la possiede. Come dice Woody Allen “Quando si tratta di malattie, non direi mai di essere un ipocondriaco. Semmai sono un allarmista. Non e’ che mi senta malato di continuo, ma quando mi ammalo penso subito che sia la volta buona”. La malattia permette a Zeno di fare ciò che gli piace senza avvertire alcun peso di responsabilità: l'ultima sigaretta, l’ultimo tradimento, la dieta del lunedì.
La struttura psicologica di Zeno non si limita a determinare i suoi comportamenti, ma si accompagna ad un punto di vista filosofico: egli considera la salute un giusto medio fra due malattie ed è la vita stessa ad essere una malattia, il cosiddetto male di vivere. Come il malato immaginario di Molière, Zeno ha più paura di vivere che di morire: ogni ipotesi di guarigione dalla cura comporta la catastrofe.
A ben vedere la visione nichilista può aprire a due modi dell’esistenza:
1) Da una parte si ha l’atteggiamento di Zeno, che sta in attesa di un mondo a venire (terreno o ultraterreno) e che nel presente alterna morigeratezza ascetica a cieco scialamento, in un ciclo di peccato e santità.
2) In antitesi al nichilismo ascetico-compulsivo si ha il nichilismo del pensiero debole, l’abbandono del ciclo speranza/disperazione in favore di un modello di vita più secolare e disincantato, attento al presente e molto pratico, teso al raggiungimento del miglior bene fattibile senza porsi il problema del senso del male e dell’esistenza.

Poste queste considerazioni, viene da porsi anche delle domande, magari meno usuali di quelle classiche bioetiche (aborto, eutanasia, esperimenti genetici) ma altrettanto pressanti:
La felicità un traguardo cui si può sacrificare la salute?
E’ giusto intervenire forzando un’anoressica a mangiare?