circolofilosofico

Questo blog è uno strumento di lavoro del Circolo Filosofico di Torino. Fondato nel 2003, si occupa di filosofia e cultura in vari ambiti ed istituzioni.

mercoledì, febbraio 28, 2007

Rappello Cognitivo

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mascheRe:

Vivendo una vita sociale, e formandosi la nostra identità a partire da essa, noi siamo riconosciuti dagli altri, e ci riconosciamo, come "qualcuno". La nostra soggettività, entro certi limiti, si definisce. Inoltre, sempre nella vita sociale, veniamo ad assumere di volta in volta diversi ruoli; ruoli che possono cambiare tanto da situazione a situazione, da compagnia a compagnia, che si da spesso che chi siamo (e per il quale siamo riconosciuti) con qualcuno, sia diverso da chi siamo con qualcun altro. (avviene a volte di trovarsi in un conflitto di possibili personalità, una scelta "caratteriale" da prendere quando ci si trova tra persone con cui non si era mai stato contemporaneamente, e che ci conoscono in modo diverso). Da queste brevi premesse si può indurre che noi stessi non corrispondiamo mai totalmente con chi siamo, con l'io che presentiamo e con cui ci vediamo: se l'esperienza della non-coincidenza con il nostro apparire è cosa di tutti i giorni,
se è altrettanto quotidiana l'impressione di non poter quasi essere altrimenti anche quando ci vediamo cambiare in differenti situazioni sociali o intime, potremo allora pensare che noi stessi siamo sempre più di chi abbiamo preso l'abitudine di essere.

Il carattere non è mai soltanto la forma di un individuo, ma è ciò in base a cui regoliamo le nostre relazioni con esso, ciò che gli imponiamo, il modo in cui lo classifichiamo. Parliamo del carattere di una persona per sapere chi sia e come trattarla. (e spesso pretendiamo di sapere chi sia). Il carattere stesso, indipendentemente dal fatto che qualcosa di simile esista proprio nei termini in cui ne parliamo, è sempre socialmente codificato, interpretato e imposto all'individuo stesso. È facile quindi che nasca una tensione tra me e come mi vedono gli altri, tra ciò che gli altri si aspettano da me e ciò che sentirei di dovere essere per non tradirmi, tra ciò che devo fare e ciò che vorrei fare.
Il mascheramento è una di quelle situazioni che permette di uscire da questa tensione.

Ruolo del gioco. (giocare come recitare). Giocare a fare il… Piacere dell'imitazione. Piacere di riprodurre situazioni che la realtà non ci permette (ovvero, principio del piacere): che ci è permesso nel gioco da piccoli e ci è più impedito da grandi.
Capacità di assumere ruoli e maschere diversi. Capacità di entrare in altre personalità, a giocare altre personalità. Modificazione del sistema della sensibilità, della percezione del mondo e di se stessi. (Capacità affinabile).

Differenza fra maschera sociale e maschere che ci nascondono. Ufficiale, festivo e incognito.

Necessità della maschera: giochiamo un personaggio, che non dipende da noi.

Grottesco e esagerato: il personaggio è un po' semplificato, proprio perché non è una personalità. Il personaggio è quello che rappresenta.

Fatto basilare della maschera: possiamo essere altri. A partire da qui, atteggiamenti diversi: evasione, permettersi l'eccesso, soggezione (se non ci si sente all'altezza, soprattutto del ruolo; il che poi significa che ci si sente ancora troppo – se stessi), angoscia dello scoprirsi diverso (perché coprirsi d'incognito ci scopre a noi stessi).




Enrico

Una suggestione

Immaginate un uomo – disse -, che abbia preso l'abitudine di nutrirsi in modo irregolare, e in cui si sia annidata, per così dire, una fame cronica di fondo. Adesso supponete che quest'uomo, nutrito di cultura filosofica, abbia anche la tendenza a credere alle suggestioni a cui è indotto dalle proprie sensazioni. Non vi sarà difficile comprendere come possa radicarsi in lui l'idea di una fame metafisica; insieme a quest'altra, ad essa conseguente, del carattere fittizio, forse addirittura peccaminoso, di ogni nutrizione puramente materiale. E quanto quest'uomo possa allora essere sensibile al richiamo di perseverare nel suo nascente proposito di digiuno; nella convinzione che, alimentandosi in eccesso, non farebbe altro che ottundere l'acutezza del senso spirituale appena scoperto. Se riuscite a comprendere questo – concluse -, le origini di ogni tendenza ascetica non saranno più un mistero per voi.


Enrico


sabato, febbraio 24, 2007

Prossimo incontro Caffè Filosofico lunedi 26 febbraio

Abstract: il ruolo della maschera
La riflessione che proponiamo io e Elisa questo lunedì al circolo si basa su alcune semplici considerazioni che ci sono venute in mente recandoci al carnevale di Venezia. Attorniati da maschere di ogni tipo (e noi stessi muniti a turno di una di esse) non abbiamo potuto non chiederci da cosa nascesse il desiderio intrinseco dell’uomo di indossare maschere e travestimenti. In estrema sintesi si sono delineate due tesi distinte (e forse in contrapposizione), la mia e quella di Elisa.
Elisa: la maschera serve per fuggire dagli obblighi del proprio ruolo sociale e sperimentare la libertà di essere altro da ciò che si è quotidianamente, ma anche di fare cose che normalmente non si farebbero. Non so se avete presente il film Eyes wide shut di Kubrik: una liberazione degli istinti dovuta all’assenza di riconoscibilità.
Yuri: la maschera serve al contrario per fuggire l’instabilità intrinseca nell’individuo (emotiva, umorale ecc…) e ad indossare un ruolo stabile e fisso una volta per tutte. Si pensi alle maschere rituali di certe popolazioni per esempio, in cui il ruolo (dello sciamano per esempio) è supportato dalla maschera e annulla gli effetti degli elementi più personali e soggettivi della persona (non importa chi sta dietro la maschera, conta il ruolo che incarna: medico, sacerdote ecc..).
Come si possano conciliare queste due posizioni non saprei dirlo e per questo vorrei discuterne con voi al circolo, ma anche ovviamente per arricchire il tema, che mi sembra interessante di per sé, di nuove e più approfondite prospettive.
Spero di vedervi numerosi lunedì, se volete anche in maschera!!!
Yuri

mercoledì, febbraio 14, 2007

Circolo Nuova Edizione

Ciao a tutte e tutti,
in questi ultimi tempi si è messa in discussione l'idea di continuare a mantenere la modalità espositiva che in questi hanni ha caratterizzato il circolo, in generale c'è un grande desiderio di rinnovare metodi ed elementi del circolo.
In breve, due sono gli aspetti oggetto del ripensamento:
- arricchire il circolo di nuovi pensieri e nuovi punti di vista
- sperimentare altri modi di "fare filosofia", diversi rispetto a quelli finora praticati - espongo come relatore e discuto con altri

Una proposta sarebbe diversificare gli incontri e abbandonare l'esposizione come finora è stata - ultimamente si era diventati specialistici e forse troppo seri.
Dunque, alternare:
- incontri di lettura con testi di 5-max10pag, che provvisoriamente chiameremo "briciole di filosofia", ognuno legge a casa e ci si incontra a discutere su riflessioni o connessioni sorte a riguardo, come un momento impegnativo ma formativo;
- "caffè filosofici", uno propone una tesi, si pensava a temi ampi ma elementari, chiunque può affrontarli, come momenti aperti e fruibili ai non tecnici.

Relativamente all'ingresso di nuove menti, in parte sta a coloro che sono interessati, in parte sta all'organizzazione, capacità che al nostro gruppo sembrerebbe un po' mancare. Cercheremo di impegnarci, per cui chi si vuole togliere dalla lista, lo faccia subito, prima di venir sommerso dagli inviti del Circolo!

Per la prossima settimana, si partirà con un "caffè filosofico", la tesi, proposta da Ivan, sarà legata alla formazione, i diversi esiti di un'educazione improntata al seguire delle regole oggettive o soggettive.
Ci si incontra lunedì alle h 21,30 al Circolo Sud, via Principe Tommaso 18.
Ovviamente se avete in mente proposte alternative, siamo disposti ad accoglierle.
saluti
Rebecca

Caffè Filosofico

Tema del prossimo Caffè Filosofico di lunedì 19 febbraio 2007, Circolo Sud, via Principe Tommaso 18, Torino


Il modo in cui ci vengono insegnate le regole influenza non solo il nostro modo di vivere le regole in sé, ma il nostro modo di rapportarci alle persone, alle istituzioni e a noi stessi.
Quando ci viene insegnata una regola, implicitamente (o più raramente in modo esplicito) ci viene anche fornita la spiegazione del perché questa regola esiste.

Tale spiegazione implicita può essere centrata sull’oggettività oppure sulla soggettività. Le regole oggettive sono quelle che valgono perché sono giuste in se stesse, quelle soggettive invece valgono perché dipendono dalla volontà o dalla sensibilità di qualcuno.
Nella regola soggettiva il centro dell’attenzione non sta nella regola, ma nella persona da cui discende questa regola (es. “si fa così perché io voglio così” “non si urla altrimenti tuo fratellino si sveglia”).
Nella regola oggettiva il centro invece è nella regola stessa, e colui che annuncia la regola generalmente deve sottostarvi come colui che la apprende al momento, anche nel caso la regola dica che colui che la annuncia dovrà essere il portavoce della regola (es. “si fa così perché è giusto così” “io sono il capo perché così dev’essere secondo legge di natura”).

A seconda del tipo di regola, soggettiva od oggettiva, che si è appresa come forma generale delle regole (da bambini), si svilupperanno comportamenti diversi:

-regola soggettiva: "l'individuo soggettivo" generalmente non rispetta molto le regole. Inoltre l’individuo soggettivo non può fare a meno di vivere in un sistema di regole determinato dall’alto (es. istituzioni), al quale sentirà di doversi ribellare e trasgredirne continuamente i limiti. L’individuo soggettivo mette se stesso al centro del proprio mondo. All’interno di uno stesso contesto perciò l’individuo soggettivo tenderà ad assumere comportamenti molto diversi fra di loro nel corso del tempo, mostrando al contempo una totale indipendenza di comportamento dai sistemi di regole entro i quali si troverà ad agire e pertanto un carattere ben definito e riconoscibile in qualsiasi contesto. Tale tipo di individuo mostrerà evidenti tendenze all’isolamento, impossibile ad attuarsi data la propria dipendenza dal contesto, ed una grande sensibilità per gli altrui sentimenti. La sensibilità contraddistingue l'individuo soggettivo.

-regola oggettiva: le regole sono sempre rispettate “dall’individuo oggettivo”, che non muterà mai il suo comportamento all’interno di uno stesso contesto, mutandolo però di parecchio al cambiare del contesto. Dotato di ampia autocoscienza, l’individuo oggettivo sarà in grado di formulare regole valide non solo per se stesso (alle quali sarà in grado di sottostare nel tempo), ma anche per gli altri. Ciò ne fa un individuo capace di vivere in solitudine, che comunque non ricercherà assolutamente, essendo in costante tensione verso l’esterno. L’individuo oggettivo è capace di compiere azioni lontane dal senso comune in quanto aderenti a un set di regole accettato dall’individuo stesso (es. delitti ideologici o dovuti alla semplice applicazione della regola, scoperte derivanti da ricerche approfondite che hanno richiesto abnegazione del sé). La razionalità contraddistingue l'individuo oggettivo.

Ogni sistema di regole ha al suo interno regole oggettive e regole soggettive, così mediamente gli individui non sono totalmente “soggettivi od “oggettivi”, ma certamente si potrà identificare in loro una tendenza verso uno dei due tipi.
Lo stesso metodo di insegnamento delle regole può presentare delle compresenze e delle sembianze plurime. Ad esempio, in un sistema di regole, la regola soggettiva può anche essere solo una patina superficiale che ne nasconde una oggettiva (es. il padre che finge di essere arrabbiato per incutere timore col fine di far interiorizzare ai figli la regola generale che non si devono insultare le persone per strada). Ma anche il contrario è possibile (es. la madre che dice ai figli che si deve andare a dormire resto perchè è lei ad essere stanca, oppure che dice che non bisogna entrare con le scarpe in casa perché in fondo è lei cui tocca pulire).

Domanda: su quale tipo di regole bisogna oggi insistere?



Ivan